Posta Fibreno / Il parroco don Antonio Lecce: ‘Contento del traguardo raggiunto’
by Gilberto Farina · 17 agosto 2026

(Sopra, il parroco don Antonio
mentre ringrazia gli intervenuti
e illustra il suo sacerdozio;
in evidenza, la lapide in suo onore
ammodernata dallo stesso parroco)
Ricavando nella giornata fitta di impegni e di relazioni interpersonali un piccolo spazio, il sacerdote don Antonio Lecce ha concesso un’intervista al cronista di turno dimostrando disponibilità, affabilità, e, soprattutto soddisfazione per l’evento in suo onore.
Don Antonio, la domanda sorge spontanea – come avrebbe detto Antonio Lubrano – come ci si sente ad aver raggiunto questo brillante traguardo? Fiero… soddisfatto… emozionato… o cos’altro?
“Contento, un po’ emozionato perché eravamo tre gli ordinati nel 1966 e sono rimasto soltanto io, gli altri due confratelli mi hanno preceduto. Quindi sono emozionato per tale ragione! Quindi: perché proprio io sono rimasto? Vuol dire che il Signore desidera che operi ancora e dia il mio contributo”.
Dopo la dipartita di Don Claudio Ferrante avvenuta l’8 aprile 2008, all’età di 95 anni, e con la cessazione del sacerdozio nel 1996 lo hai avvicendato con i risultati che ben conosciamo… E poi sei diventato sacerdote anche nella parrocchia di Vicalvi…
“Nella parrocchia di Vicalvi, il prossimo novembre saranno quattordici anni, perché chi mi aveva preceduto era andato via, e il Vescovo mi disse: ‘Sei il parroco più vicino, appena tre chilometri di distanza, e quindi dammi un po’ di tempo per cercare un altro parroco’. Ma i mesi sono passati e non è cambiato nulla. Ma quando glielo ricordo mi ammonisce: ‘Non ti ci mettere pure tu’.
Qual è il ricordo, o i ricordi più belli che hanno caratterizzato il tuo sacerdozio?
“Quando sono riuscito a dare a un giovane la motivazione per continuare a vivere, sono delle situazioni che emozionano non poco, quando incontri persone che non hanno più una ragione per vivere, e quando si riesce a recuperare chi vive periodi di difficoltà e di scoramento, si è sempre soddisfatti, ma quando – purtroppo – il tentativo fallisce, rimane sempre la stima umana. Devo dire che pochissimi hanno rifiutato il mio aiuto, si possono contare sulla punta delle dita: la maggior parte mi hanno riferito che ci dovevano pensare. Ma i no ‘categorici’ e ‘secchi’ sono stati davvero sparuti”.
Che cosa allontana i giovani dalla fede? La lascivia dei costumi, la dinastia dei social, del ‘dio’ denaro, della tecnologia imperante?
“È un po’ di tutto: è il mondo in generale… fatto di apparenza, e, l’elemento culturale di oggi, non è che favorisca l’approccio alla fede, proprio perché è un’umanità concentrata sulle cose che si vedono, che si toccano, i successi… che poi però hanno come contraltare, lacrime e tanto sangue. E in questa società complessa, riuscire a far capire a un giovane, che non è oro tutto quello che luccica, al di là del proverbio, è difficile ma, se presi con il giusto tatto, i giovani sono capaci di fare grandi cose, nonostante in questo periodo incontri qualche difficoltà a causa del linguaggio diverso, utilizzato dalle giovani generazioni”.
Cosa suggerisci ai giovani che sono disorientati e che vogliono trovare motivazioni di crescita e di vita? “Devono capire che la vita è preziosa e che non la devono sprecare, non la devono spendere, perché poi se ne pentiranno”.
Nonostante le ordinazioni sacerdotali siano in calo, l’interesse dei giovani per la religione è sempre presente. Significa che Gesù non passa mai di moda… ed è sempre tra noi…
“E questo fa piacere perché non dobbiamo annunciare noi stessi, e, per ricordare la frase di Padre Pio rivolta a Gesù: ‘Io sono la via, la verità e la vita’. Ma dobbiamo stare attenti, però, perché molti dicono: Gesù sì, ma la Chiesa no”.
E come mai si è verificata questa frattura? “Soffriamo perché non riusciamo a trasmettere e a lasciare intendere che vogliamo il bene vero, perché la Chiesa non è una potenza, ma siamo noi, tutti i battezzati. Personalmente prima di essere prete sono battezzato, al servizio dei figli di Dio. Tanta gente queste cose fa fatica a comprenderle, perché ci sono tanti esempi nella storia che distraggono”.
Dulcis in fundo: il Vescovo Gerardo Antonazzo nella sua omelia, ha posto l’accento su tre parole: benedizione, predilezione e beatificazione… “Nell’ultimo passaggio, c’è il bimbo che succhia il latte dal seno materno, ma non basta per essere beato. La beatitudine è di chi ha fede, anche se non è madre di Gesù. Lei ha creduto come madre, e beati quelli che ascoltano la parola e la mettono in pratica: pertanto, la beatitudine nella vita cristiana”.
La redazione